ottanta pizze

La piazza, il caffè o altro, “sospesi” sono un modo per far riemergere la cultura del dono. In pratica qualcuno paga per te qualcosa che puoi andare a prendere quando vuoi; un qualcuno senza conoscerti/ci che ti/ci regala qualcosa senza voler essere ringraziato. Anche nel rione Sanità esistono i “sospesi” come il caffè e le pizze. Diversi giorni fa due mie amici sono andati in una pizzeria del quartiere e hanno visto che ben 80 pizze erano “lì pronte per essere fatte ma nessuno le reclamava”. Bisognerebbe fare qualcosa per informare e soprattutto far capire che non si tratta di elemosina.

 Il primo punto più importante comunque resta la comunicazione. Se le cose non si manifestano restano sempre dove stanno. Tutto ciò che muove un circuito virtuoso va valorizzato e sostenuto. Bisogna in qualche modo far sapere che quelle ottanta pizze devono essere consumate, così anche se ci sono dei caffè o dei cornetti caldi al bar. Alla Sanità c’è un teatro, il Nuovo Teatro Sanità, hanno per caso lasciato qualche biglietto in sospeso? Alla Sanità c’è una vineria: hanno per caso lasciato qualche bottiglia in sospeso? Alla Sanità c’è un negozio di vestiti a buon mercato: hanno per caso lasciato qualche vestito in sospeso? Alla Sanità c’è un fruttivendolo: hanno per caso lasciato qualche chilo di mele in sospeso? Alla Sanità ci sono le Catacombe di san Gaudioso: hanno per caso lasciato qualche biglietto in sospeso? Alla Sanità c’è la Tenda che ospita circa 100 poveri di Napoli: hanno per caso lasciato qualche moneta in sospeso? [+blogger]

sud sudan

Perché si combatte in Sud Sudan?
I combattimenti che sono scoppiati l’8 luglio a Juba, capitale del Sud Sudan, sono talmente violenti che è impossibile conoscere con esattezza il bilancio delle vittime. Alcune fonti locali citate dall’Afp danno una cifra provvisoria di oltre trecento morti, tra cui due caschi blu cinesi. L’Onu ha riferito di colpi di mortaio, di lanciagranate e di “armi d’assalto pesanti”. È stata inoltre segnalata la presenza di elicotteri da combattimento e di carri armati. Le piogge torrenziali che si sono abbattute su Juba nella notte di domenica, hanno reso ancora più precaria la situazione di migliaia di civili che hanno dovuto precipitosamente abbandonare i quartieri più colpiti dagli scontri. Quella cominciata a Juba è una guerra che minaccia di travolgere la popolazione, la regione e perfino l’esistenza stessa di questo paese, che il 9 luglio avrebbe dovuto festeggiare i suoi cinque anni di vita.

Chi sono i belligeranti?
Dopo l’indipendenza (raggiunta nel 2011 con la secessione dal Sudan), grazie anche alle ingenti risorse petrolifere in grado di sostenere la sua giovane economia, l’ottimismo del Sud Sudan era alto. Ma ben presto sono emerse forti tensioni tra i due principali leader del paese: il presidente Salva Kiir e il vicepresidente Riek Machar. Nel dicembre del 2013 alcuni militari di etnia dinka fedeli a Kiir hanno cominciato a scontrarsi con altri soldati dell’esercito di etnia nuer, accusandoli di preparare un colpo di stato. I soldati nuer sono guidati da Machar, che era stato mandato via dal presidente Salva Kiir nel luglio del 2013. Kiir e Machar erano da molto tempo in disaccordo e si contendevano il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (Splm). Riek Machar è dovuto fuggire per evitare di essere ucciso e una parte dell’esercito si è schierata al suo fianco. Questa prima fase di guerra civile è durata trenta mesi e ha causato decine di migliaia di morti. Un accordo di pace, raggiunto nell’agosto del 2015 dopo forti pressioni da parte della comunità internazionale, ha portato alla creazione di un governo di transizione. Nell’aprile del 2016, Machar e i suoi uomini sono tornati a Juba e Machar ha riottenuto la sua carica. Grazie anche alle forti pressioni regionali, i due nemici e le loro truppe hanno cercato di convivere nella capitale. Ma una parte dei loro uomini è contraria a questa soluzione e preferisce una guerra a oltranza. Sembra ora che queste persone abbiano nuovamente trascinato la situazione in uno stato di conflitto aperto. Le tensioni sono andate crescendo negli ultimi giorni, senza che nessuno sembrasse in grado di fermarle, culminando negli scontri a larga scala di domenica. Le forze fedeli a Machar sono numericamente inferiori e non dispongono della stessa potenza di fuoco rispetto a quelle del campo avversario, che ha recentemente acquistato degli elicotteri e reclutato numerosi miliziani.

Perché questo conflitto è così pericoloso?
Per due motivi. Innanzitutto, è concreto il rischio che si estenda ad altre regioni del paese. Recentemente anche alcune zone che erano state risparmiate durante la prima fase della guerra civile sono state coinvolte nei combattimenti. Si teme quindi una guerra generalizzata. Inoltre i combattenti del Sud Sudan risparmiano di rado i civili. Il conflitto tra il 2013 e il 2015 è stato segnato da atrocità e gravi abusi: gli uomini in armi considerano come “nemici” intere popolazioni sulla semplice base della loro appartenenza etnica. Una visione deformatache però funziona molto bene quando le violenze hanno ormai avuto inizio. Se queste dovessero continuare ad aumentare d’intensità, bisogna temere più che dei semplici abusi, ma dei veri e propri massacri.

Cosa fa la missione dell’Onu?
La missione dell’Onu nel Sud Sudan, la Minuss, era stata concepita inizialmente per assistere il governo di Juba nel “consolidamento della pace”. I suoi obiettivi sono drammaticamente cambiati con il passare del tempo. Nonostante i suoi dodicimila caschi blu (ai quali si aggiungono civili, poliziotti e altro personale), la missione non sembra in grado di affrontare le recenti esplosioni di violenza, nonostante queste fossero state annunciate, negli ultimi mesi, da numerosi osservatori . Il suo principale successo, a oggi, è stato quello di creare dei siti per la protezione dei civili, in cui le popolazioni in fuga dalle violenze dei soldati possono trovare riparo. Ma non si tratta di una garanzia assoluta. A Malakal, qualche mese fa, i soldati governativi hanno attaccato il campo dell’Onu. Domenica alcuni di questi siti, a Juba, sono stati oggetti di raffiche di colpi che però, finora, non sono state seguite da sconfinamenti. È da venerdì sera che i caschi blu sono nell’impossibilità di operare nella capitale, ovvero da quando la violenza ha raggiunto i suoi massimi livelli. Domenica sera il Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite ha invitato i paesi della regione a inviare delle truppe in aiuto. Si tratta di un’ammissione di fallimento, in particolare per il contingente cinese. Un’ammissione significativa vista la dimostrazione di responsabilità, nelle questioni di sicurezza, che Pechino era desiderosa di dare.

C’è il rischio che il conflitto si estenda?
Il Sud Sudan è un paese nuovo, molto fragile e situato nel cuore di una regione complessa. È oggetto di alleanze incrociate, al punto che i combattimenti in corso rischiano di far salire le tensioni tra i paesi vicini. Il presidente Salva Kiir è sostenuto dal vicino Uganda. Durante la prima guerra civile (2013-2015) un corpo di spedizione ugandese era accorso a Juba e nei suoi dintorni, in soccorso di Kiir. All’epoca, era stato il Sud Sudan a pagare il conto dell’intervento militare, ma oggi le sue casse sono vuote. Contemporaneamente l’Etiopia, un altro paese confinante, è ostile a questo intervento. Lo stesso vale per il Sudan, a nord, che cerca di trovare dei compromessi con i due belligeranti ma è sempre stato più vicino a Riek Machar e ha delle relazioni tese con l’Uganda. Alcuni membri del principale movimento armato del Darfur, il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), ostile a Khartum, hanno quindi ingrossato le fila di Salva Kiir nell’ultima fase del conflitto. Il risultato? Non ancora una polveriera vera e propria ma un quadro regionale fragile che, se dovesse proseguire l’inasprimento del conflitto oggi in corso, minaccia di avere gravi conseguenze. [fonte: internazionale.it]

quarto cartellone

 Tra il colorificio e il gommista alla via Sanità 134/135 - 20 metri prima della basilica si santa Maria della Sanità (detta san Vincenzo)    



la sorte di un codice rosso

La chiusura degli ospedali napoletani è uno scandalo che non ha proporzioni di condanna, ecco perché nessuno ne parla; chi vela argomentazioni con giustificazioni parossistiche discolpa la propria incapacità a gestire la cosa pubblica. Questa doppia differenza è sempre più sottile e si fonda nella consuetudine di un ordine che non ha più identità. Sempre più fino è il filo che interseca la politica e gente, doppia iconoclasta aberrazione che ormai travalica l’intelligenza. L’ultimo tassello con i circa 500mila bambini del centro storico, ospedale efficientissimo l’Annunziata, pronto intervento pediatrico chiuso senza ragioni. Perché Prima il San Gennaro, L’Ascalesi, il CTO la stessa Annunziata avevano tutti un pronto soccorso?

L’amministrazione napoletana, e Napoli che negli ultimi anni ha visto un aumento spropositato di turisti, non ultimo la paralisi critica della viabilità dovuto all’evento di Dolce e Gabbana, con il traffico automobilistico per inaccessibilità o intasamento programmato, sposta in un unico punto tutti i codici rossi della città?!. Interi luoghi isolati dalla mancanza di soccorso, uno su tutti il rione San Gennaro nel quartiere Sanità. La piazza san Gennaro e le vie e i vicoli limitrofi, salita Scudillo e via san Vicenzo, salita Principi e rampe S.G. dei Poveri: la gente che vi abita è spacciata nel momento in cui ha bisogno di soccorso. Da questi punti del rione non ci sono vie di fuga, l'unica strada è strettissima, e per superarla significa affrontate sempre il traffico di salita Sanità. Per chi conosce la zona sa di cosa parlo: traffico a tutte le ore a partire dalla via s. Teresa degli Scalzi, così come il parcheggio selvaggio, i sensi vietati di transito, le strade strettissime... 

Un problema emergenziale che sembra non avere sbocchi. I costi della sanità pubblica in Campania sono di 10euro superiori alla media nazionale. Oggi nel pronto soccorso del Cardarelli si riversano persone che non possono pagare il tiket o che per risparmiare aspettano ore pur di farsi fare una radiografia. Nel pronto soccorso del Loreto Mare la situazione è sempre più irreale. Dalla zona costiera e dai paesi vesuviani arrivano casi disperati o semplici mal di testa, che in un modo o nell’altro intasano la sala d’aspetto o di primo intervento. Una situazione fuori dal normale che non ha precedenti e, cosa ancora più assurda in un silenzio fantastico.

Il tg3 campano ha dedicato giorno all’evento di Dolce e Gabbana, la stessa tv generalista preferisce fare inchieste nere buone solo per gli inserzionisti, la radio sfiora solo il problema mentre si continuano a chiudere reparti costati da poco migliaia se non milioni  di euro.  E’ una situazione parossistica e violenta che subisce soltanto la gente comune. Bisogna creare una mobilitazione popolare, cosa che i partiti neanche si illudono di pensare. Faccio appello ad #unpopoloincammino a quella parte di gente che sente che una tragedia è in atto. Se per caso ci tocca un codice rosso affidiamoci alla sorte. Vergona, vergogna, vergogna. [+blogger]     

affondare

“In tutto il tempo che ho passato nel Mediterraneo centrale non ho mai visto niente del genere, mai”, spiega Sebastian Stein, coordinatore di Medici senza frontiere. Il 25 e 26 giugno più di 3.300 migranti sono stati salvati nel tratto di mare che separa la Libia dalle coste italiane. Viaggiavano su 25 gommoni e un’imbarcazione di legno. Un uomo è stato trovato morto e quattro persone erano gravemente ferite. Dall'inizio del 2016 sono arrivate in Italia circa 60 mila persone. [copia e incolla da Internazionale.it

la jella

Da diversi giorni sto intervistando persone che in qualche modo hanno avuto a che fare con la jella, e direttamente con qualche jettatore. Un caso molto particolare mi è parso un lavoratore che mi ha raccontato la sua odissea dopo aver scoperto che una persona, suo vicino, è un vero “profeta predicatore”. Gli ultimi venti anni della sua vita li ha passati a collezionare amuleti, corni, ferri di cavallo, scope e cornucopie. Una vera è propria catastrofe si abbatte sulla sua esistenza nel momento in cui qualcuno pronuncia il nome dello jettatore. Un uomo abbastanza intelligente che comprende le sue esagerazioni ma che non ha la forza di liberarsi da una credenza che lui ritiene provata scientificamente. Mi spiega: “la scienza prova un evento se e in quale situazione si verifica, beh io sono vent’anni che verifico ogni volta la stessa cosa. Il mio vicino porta scalogna, le prove sono schiaccianti e verificabili”. Mentre parla con me ha in mano un corno grande quanto un avanbraccio, riprende più volte un martello e qualsiasi cosa possa somigliare al ferro. Non vuol dirmi come si chiama lo jettatore, se solo lo pronuncia (e se solo gli capita di pensarlo), può succedere qualcosa di spiacevole. Mi dice che neanche io devo pronunciare quel nome, al massimo devo prima fortificarmi. 

In realtà e per fortuna non c’è tanta gente che parla in questo modo, il più delle volte si crede alla “negatività”, che mi è parso un discorso più filosofico. Ma credo che poche settimane di dialoghi e confronti non possono esaurire una ricerca specialmente se a condurla è un editore antropologo. Un artista abbastanza conosciuto a Napoli ha una sua singolare teoria a riguardo. “I napoletani in parte sono protetti dalla malasorte, questo perché nel golfo partenopeo c’è il Vesuvio. Il protettore è san Gennaro che squaglia il sangue. Il vulcano (che sputa fuoco), è annichilito dalla sagoma del santo che in testa ha un corno”. Infatti in tutte le raffigurazioni artistiche il mezzo busto di san Gennaro assomiglia alla sagoma del Vesuvio. Un immenso cratere tappato da un corno.

C’è chi in realtà uno jettatore non l’ha mai conosciuto, chi invece è agnostico, chi non ci crede e chi attribuisce la sfortuna ad una condizione di vita personale. In parte chi crede di essere sfortunato (e davvero lo è), percepisce tale sfortuna attraverso la mancanza di un bene materiale. Può darsi che l’attaccamento a qualcosa è così forte che il solo pensiero di perderla crea credenze minacciose. Ma anche questa supposizione trova la sua antitesi. La jella è un fenomeno che attraversa un po’ tutti gli strati sociali, le spiegazioni di chi ci crede, e di chi non ci crede, sono in parte simili ed affascinanti. La mancanza come forma di una esistenza critica e per contro una forma di bullismo invertito (Bullismo: il termine è della mia amica Rossana), che stigmatizza per sopravvivere. L’etichetta allo jettatore è una forma magica, quest’ultimo vive in un limbo corazzato, giocoforza chi subisce è sempre il credente. Aldilà degli stati d’animo un profeta nel 2016 non può esistere, lo jettatore è fuori tempo, è in una condizione anormale ed è per questo che minaccia.

Ma per contro c’è chi afferma l’esatto opposto. Un altro testimone è un artista di strada napoletano che ha dichiarato non solo di non aver mai conosciuto una persona che porta sfortuna, ma che non ha mai sentito parlare nessuno di questo argomento. Ha sì accennato a qualche episodio mettendolo però in relazione con le coincidenze della vita. “Non è vero ma ci credo” anche se ci sono uomini e donne in cui l’argomento non li ha neanche mai sfiorati. Mi rendo conto che in queste poche righe non ho per niente esaurito la mia fama di persona interessata all’argomento, in realtà prima di essere contattato dall’editore neanche io ci avevo mai pensato, ma il fascino di parlare con la gente, di scoprire che dietro ogni singolo c’è un altro singolo e forse altri ancora, è così meraviglioso che le sole prime interviste mi hanno fascinato l’anima. Mi piacerebbe diventare anche io come il mio primo informatore. Giovanni, così si chiama. Egli ha così tante convinzioni che mi ha sfidato dicendomi che non appena incontro l’innominabile la mia esistenza è segnata. Se così sarà, speriamo, avrò provato che davvero la jella non esiste. [+blogger]

rom di gianturco

NO AGLI SGOMBERI SENZA UNA ALTERNATIVA

Il Comitato Campano con i Rom non può accettare lo sgombero del Campo rom di Gianturco se non si offre loro un’alternativa decente ove abitare. E’ da mesi che sul campo Rom di Gianturco, situato in via Brecce a S. Erasmo(di fatto si tratta di quattro campi), che con circa milletrecento persone, pesa la minaccia di sgombero su ordine della Procura di Napoli. La ragione per tale decisione è che quell’area è una zona tossica. Noi sospettiamo però che dietro a quella decisione ci sia la spinta del governatore Vincenzo De Luca, che pubblicamente ha dichiarato che vuole sgomberare tutti i campi Rom. Il comitato concorda che il campo di Gianturco venga chiuso perché il degrado è tale che calpesta tutti i diritti di un essere umano (donne, uomini e bambini). Infatti quel campo è un pugno allo stomaco per tutti coloro che lo visitano. Quella baraccopoli, simile a tante baraccopoli del Sud del mondo, deve scomparire. Ma a un patto! Che venga offerta a chi ci vive un’alternativa. E’ una violazione dei diritti umani fondamentali sgomberare degli esseri umani dal loro habitat senza offrire loro un sito alternativo ove sistemarsi, inserendoli anche in alloggi popolari. E’ questa la politica voluta dalla UE. Sappiamo che il Comune di Napoli sta lavorando a una soluzione alternativa, ma che potrà ospitare solo trecento persone. E gli altri? Avremo a Napoli la replica della tragedia dei Rom di Giugliano , sgombrati, su ordine della Procura, dai loro campi perché ‘tossici’, e si ritrovano oggi a Masseria del Pozzo , in una zona più tossica della prima. 

Riconosciamo finalmente il nostro razzismo atavico contro questo popolo Rom. Sono loro i più disprezzati, emarginati della nostra società occidentale. Un razzismo sfruttato dalle destre xenofobe europee per guadagnare voti. Non dimentichiamo che sono state le stesse dinamiche a portare al nazismo e al fascismo, pagato da oltre mezzo milione di Rom cremati nei campi di concentramento. Non è questa la strada per costruire un ‘Europa dei popoli, una società più umana ed accogliente. Per questo il Comitato con i rom chiede: 

alla Procura di sospendere lo sgombero del campo di Gianturco (sappiamo che ha già concesso una volta una proroga di due mesi) finché non si trovi una soluzione umana per tutti; 

alla Regione di convocare subito un tavolo di tutte le realtà che si occupano dei Rom per trovare una soluzione non solo per Gianturco, ma anche per gli altri campi Rom dell’area metropolitana (si tratta di 6-7 mila persone!) che vivono in situazioni disumane, in particolare i Rom di Giugliano;

al Comune di Napoli perché trovi in fretta una soluzione alternativa per i Rom di Gianturco. 

Inoltre il Comune si adoperi per la Consulta dei rom ,perché venga ascoltata direttamente la loro voce. 

Abbiamo tutti bisogno, istituzioni come realtà di base, di sederci insieme e insieme trovare soluzioni per dare dignità a questi nostri fratelli e sorelle rom.Ci appelliamo poi a tutte le realtà di base (associazioni, comitati, reti….) perché facciamo causa comune con i rom di Gianturco contro l’imminente sgombero del campo. Ascoltiamo l’appello del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee) e della Conferenza delle Chiese Europee (Kek) dello scorso anno: “Dobbiamo costruire nuove relazioni giuste con il rom e impegnarci nel difficile, ma essenziale compito del risanamento e della riconciliazione.” [p.Alex Zanotelli, p.Domenico Pizzuti, past. Dorothea Mueller e past. Leonardo Magrì(Chiesa Valdese) a nome del Comitato Campano con i rom e del Forum antirazzista della Campania]

sanità pubblica

Mercoledì 29 Giugno 2016 ,ore 11,00 Piazzale antistante la Regione Campania Presidio con Conferenza Stampa Salviamo la Sanità pubblica partendo dal cuore di Napoli. 

In Campania la Salute negata subisce ulteriori attacchi: il centro storico napoletano viene privato di due ospedali storici, l’Annunziata ed il San Gennaro. La Campania agli ultimi posti nelle classifiche nazionali per Mortalità evitabile, Livelli Essenziali di Assistenza, aspettative di vita alla nascita, qualità dei servizi, ed ai primi posti per incidenza patologie vascolari, incremento dei tumori e costi dell’assistenza sanitaria, continua a ricevere risposte vaghe e poco credibili dalla politica regionale. La Campania, avvelenata da decenni di ecomafie, immiserita da tassi di disoccupazione altissimi e redditi pro capite tra i più bassi d’Italia, continua ad aspettare bonifiche efficaci, una riduzione dei tickets che riavvicini la gente ai servizi, lo sblocco delle assunzioni nel settore sanitario che renda possibile il funzionamento degli ospedali. Senza assunzioni molti ospedali sono destinati a chiudere ed il mega progetto dell’Ospedale Del Mare rimarrà sulla carta. 

Il centro storico napoletano, con una popolazione di 500.000 abitanti, con sacche di povertà di antica tradizione,nel Piano ospedaliero regionale, viene privato di due ospedali storici, l’Annunzata ed il San Gennaro ,per i quali non sono previste aree di degenza (posti letto) ma fumose funzioni di riabilitazioni e di raccordo con il territorio ,tutte da definire. Il fatto certo è che i cittadini dei quartieri popolari dovranno cercare altrove una risposta per i loro problemi di salute. In tutta questa confusione la gestione commissariale risulta sorda alle richieste della gente comune e cerca di imporre i suoi programmi con qualche dichiarazione demagogica ed una strategia che di fatto smantella i servizi sella Sanità regionale. L’unica soluzione a questa situazione è la mobilitazione popolare. L’unica terapia alle ambiguità della politica è la Democrazia diretta. [Comitato per la difesa della Sanità Pubblica, Medicina Democratica, USB Sanità, Alex Zanotelli]

appello rete rione sanità

Nell’area metropolitana di Napoli viviamo una spietata spirale di violenza: in questi ultimi mesi abbiamo un morto ogni due giorni. Il Rione Sanità è quotidianamente schiacciato da questa brutalità. Noi del Rione Sanità abbiamo sofferto troppi lunghi anni di indifferenza istituzionale, di promesse e di pressappochismo; siamo stanchi della violenza che subisce la nostra gente, della paura della camorra, del disinteresse, delle analisi generiche preconfezionate e delle alternative che sembrano non prendere mai la giusta direzione! Il problema della microcriminalità non si risolve con una sola scuola aperta, con dei bravi professori, con una manifestazione, con la militarizzazione. Il Rione Sanità non si “salva” con l’emergenza: sono più di 30 anni che chi subisce vive nella noncuranza, nell’impossibilità di risolvere le cose, nel terrore di essere stati abbandonati senza rimedio e senza via di uscita. Non è la prima volta che la rete del rione Sanità, composta da singole persone, associazioni, commercianti, scuole, preti etc., denuncia con forza il lassismo di chi deve e può fare qualcosa. In questi ultimi anni abbiamo scritto tre lettere, “LiberiAMO la Sanità”, in cui abbiamo analizzato i problemi della nostra gente. Noi dobbiamo avere il coraggio di cambiare il sistema educativo. Ecco perché chiediamo a tutte le forze attive, del territorio ed oltre, di sostenere azioni che incidano fortemente sulla struttura sociale per la costruzione di una comunità stretta e duratura, tra le scuole, le associazioni, i volontari e le forze dell’ordine per promuovere azioni educative e non repressive, con il coinvolgimento delle famiglie attraverso programmi che rappresentano maggiormente il territorio e con la coscientizzazione che passa attraverso la considerazione e la riappropriazione della propria storia e della propria dignità. Solo se la gente si sente parte attiva, solo se sente realmente che sta contribuendo a scrivere la propria storia, solo in questo modo si sente parte in causa senza l’abbandono e l’indifferenza che alimenta la paura e la sottomissione. Noi della Rete del Rione Sanità lavoriamo da anni nel quartiere, ascoltando centinaia di vite spezzate. Ribadiamo che si deve intervenire strutturalmente sulla scuola, sul lavoro, sulla sicurezza, sulla viabilità, sulla sanità pubblica, perché viviamo dentro una bomba sociale. Per la scuola chiediamo: un asilo nido comunale, un plesso onnicomprensivo elementari e medie, il potenziamento delle scuole del quartiere in particolare dell’Istituto Superiore F. Caracciolo annullando l’accorpamento con altro Istituto Superiore e inoltre chiediamo che queste scuole siano aperte fino a sera con personale qualificato e appassionato. Per la sicurezza chiediamo il potenziamento e la presenza costante dei vigili urbani e delle forze dell’ordine che devono coordinarsi meglio tra di loro. Inoltre chiediamo l’installazione della videosorveglianza nel territorio. Per il lavoro chiediamo il sostegno alle cooperative esistenti e a quelle che stanno nascendo nel quartiere, nonché ai commercianti, agli artigiani, ma soprattutto chiediamo maggiori opportunità di lavoro per i giovani. Per la sanità chiediamo la riapertura del pronto soccorso dell’ospedale San Gennaro. Facciamo nostro il grido del popolo del Rione Sanità ma anche quello di tutte le periferie di questa Napoli, intese come luogo del disagio sociale, ben coscienti che solo camminando con questo popolo emarginato potremo ottenere i nostri diritti.

perché riaprire salita scudillo

L'ho scritto più volte su questo blog. Salita Scudillo deve essere riaperta come zona pedonale o ztl visto che sono passati più di 25 anni dalla sua chiusura. Oggi più che mai, visto che hanno chiuso il pronto soccorso e tra poco chiuderanno tutto l'ospedale, questa strada rappresenta l'unica via di sbocco per il più vicino pronto soccorso. La piazza san Gennaro e le vie e i vicoli limitrofi, salita Scudillo e via san Vicenzo, salita Principi e rampe S.G. dei Poveri: la gente che vi abita è spacciata nel momento in cui ha bisogno di soccorso. Da questi punti del rione non ci sono vie di fuga, l'unica strada è strettissima, e per superarla significa affrontate sempre il traffico di salita Sanità. Per chi conosce la zona sa di cosa parlo: traffico a tutte le ore a partire dalla via s. Teresa degli Scalzi, così come il parcheggio selvaggio, i sensi vietati di transito, le strade strettissime... Aspettiamo come sempre, noi gente di serie b, che un fatto tragico "riempi" le pagine di un quotidiano, con la solita parodia politica e il solito esibizionismo dell'onnisciente previsionista. [+blogger]