carnevale 2016









medici senza barriere



carnevale 2016



basta guerre

Italia-Libia - Siamo alla vigilia di un’altra guerra contro la Libia, “a guida italiana” questa volta. Sembra ormai assodato che le forze speciali SAS sono già iu Libia, per preparare l’arrivo di mille soldati britannici. L’operazione complessiva, capitanata dall’Italia, dovrebbe coinvolgere seimila soldati americani ed europei per bloccare i cinquemila soldati dell’Isis. Il tutto verrà sdoganato come “ un’operazione di peacekeeping e umanitaria. ”L’Italia, dal canto suo, ha già trasferito a Trapani quattro cacciabombardieri AMX pronti a intervenire. Il nostro paese-così sostiene il governo Renzi – attende però per intervenire l’invito del governo libico di unità nazionale, presieduto da Fayez el Serray. E altrettanto chiaro che sia il ministro degli Esteri, Gentiloni, come la ministra della Difesa, Pinotti, premono invece per un rapido intervento.

Sarebbe però ora che il popolo italiano-tramite il Parlamento- si interrogasse , prima di intraprendere un’altra guerra contro la Libia. Infatti,se c’è un popolo che la Libia odia, siamo proprio noi che, durante l’occupazione coloniale, abbiamo impiccato o fucilato centomila libici. A questo dobbiamo aggiungere la guerra del 2011 contro Gheddafi per “esportare la democrazia”, ma in realtà per mettere le mani sull’ oro ‘nero’ di quel paese. Come conseguenza, abbiamo creato il disastro, facendo precipitare la Libia in una spaventosa guerra civile, di tutti contro tutti, dove hanno trovato un terreno fertile i nuclei fondamentalisti islamici. Con questo passato, abbiamo , noi italiani, ancora il coraggio di intervenire alla testa di una coalizione militare?

Il New York Times del 26 gennaio scorso afferma che gli USA da parte loro, sono pronti ad intervenire. Per cui possiamo ben presto aspettarci una guerra. Questo potrebbe anche spiegare perché in questo periodo gli USA stiano dando all’Italia armi che avevano dato solo all’Inghilterra. L’Italia sta infatti ricevendo dagli USA missili e bombe per armare i droni Predator MQ- 9 Reaper, armi che ci costano centinaia di milioni di dollari. Non dimentichiamo che la base militare di Sigonella (Catania) è oggi la capitale mondiale dei droni usati oggi anche per spiare la Libia. L’Italia non solo riceve armi, ma a sua volta ne esporta tante soprattutto all’Arabia Saudita e al Qatar, che armano i gruppi fondamentalisti islamici come l’ISIS. I viaggi di Renzi lo scorso anno in quei due paesi hanno propiziato la vendita di armi. Questo in barba alla legge 185 che proibisce al governo italiano di vendere armi a paesi in guerra e che non rispettano i diritti umani. (L’Arabia Saudita non rispetta i diritti umani e fa la guerra in Yemen)

Per cui diventa pura ipocrisia per l’Italia intervenire militarmente in Libia per combattere l’Isis, quando appare chiaro che siamo noi ad armarlo. E’ così che siamo noi a creare i mostri e poi facciamo nuove guerre per distruggerli. “La guerra è proprio la scelta per le ricchezze- ha detto recentemente Papa Francesco. Facciamo armi: così l’economia si bilancia un po’ e andiamo avanti con il nostro interesse. C’è una brutta parola del Signore. Maledetti coloro che operano per la guerra, che fanno le guerre: sono maledetti,  sono delinquenti!”       

Basandoci su questa lettura sapienziale, dobbiamo dire NO a questa nuova guerra contro la Libia. Quello che ai poteri forti interessa non è la tragica situazione del popolo libico, ma il petrolio di quel paese. Dobbiamo tutti mobilitarci!

In questo momento così grave è triste vedere il movimento per la pace frantumato in mille rivoli. Oseremo metterci tutti insieme per esprimere con un’unica voce il nostro NO alla guerra contro la Libia, un NO a tutte le guerre che insanguinano il nostro mondo. E’ possibile un incontro a Roma di tutte le realtà di base per costruire un coordinamento o un Forum nazionale contro le guerre? E’ possibile pensare a una Manifestazione Nazionale contro tutte le guerre, contro la produzione bellica italiana, contro la vendita di armi all’Arabia Saudita e al Qatar , in barba alla legge 185? E contro le nuove bombe atomiche in arrivo all’Italia, le B61-12. E’ possibile pensare a una Perugia-Assisi 2016, retaggio storico di Capitini, sostenuta e voluta da tutto il movimento per la pace?


Smettiamola di ‘farci la guerra’ l’un con l’altro e impariamo a lavorare in rete contro questo Sistema di morte. “La guerra è un affare-ha detto recentemente Papa Francesco. I terroristi fabbricano armi? Chi dà loro le armi? C’è tutta una rete di interessi, dove dietro ci sono i soldi o il potere. Io penso che le guerre sono un peccato, distruggono l’umanità, sono la causa di sfruttamento, traffici di persone. Si devono fermare.” [alex zanotelli]

perché la povertà


le mestruazioni

Ogni mese spendo circa otto euro in assorbenti. Ho un flusso abbondante (per non parlare delle perdite premestruali) e i 18 pezzi di una confezione non mi bastano mai. Nella mia vita ho usato anche tamponi interni e pure quelli costano parecchio. Su ogni confezione pago come tutte l’iva – quella sui prodotti sanitari femminili – che è pari al 22 per cento. L’assorbente, il tampax o la coppetta vaginale non sono considerati beni essenziali. Non sono come il pane o un giornale, secondo lo stato italiano. Noi donne abbiamo il ciclo ogni mese, ma per il paese in cui vivo questo è un dettaglio. Come un dettaglio sono i crampi, quelle emicranie che ti staccheresti la testa a morsi, quel sangue che ti scorre tra le gambe. Un po’ come se tutto questo non fosse davvero importante per la nostra bella Italia.
Ed ecco che ogni mese ci cade addosso, direttamente sul portafoglio, quella maledetta iva al 22 per cento. Quando il leader della nuova formazione Possibile,Giuseppe Civati, ha depositato in parlamento un provvedimento per abbattere quel muro del 22 per cento ho fatto, come molte, i salti di gioia. Finalmente un provvedimento che aggiungeva le confezioni di assorbenti e in generale i prodotti igienico-sanitari tra i beni essenziali. Finalmente qualcuno, e per di più un uomo, ha pensato alle “mie cose”.
Appena l’iniziativa è stata annunciata Giuseppe Civati è stato travolto da una pioggia di sberleffi. Tanti i maschietti che hanno ironizzato sulla faccenda e molti, sempre maschietti, hanno giudicato iniquo il provvedimento.
Insomma in rete e fuori la tampon tax è diventata una barzelletta. Ma barzelletta non è, cari maschietti. Mi rivolgo a voi perché noi donne già sappiamo che le mestruazioni sono una cosa seria. Lo sanno milioni di donne in Italia, e non solo, che ogni mese vivono la fatica (e sì, anche la gioia) di sanguinare.
L’attivista, voce del femminismo statunitense, Gloria Steinem negli anni settanta non a caso aveva scritto un saggio – ancora molto attuale – dal titolo If men could menstruate (Se gli uomini avessero le mestruazioni). Steinem scrive: “Cosa accadrebbe, per esempio, se di colpo, magicamente, gli uomini avessero le mestruazioni e le donne no? La risposta è chiara: le mestruazioni diventerebbero un invidiabile evento mascolino di cui vantarsi”. Usa molta ironia Gloria Steinem, un’ironia amara, che mostra il divario profondo tra l’universo maschile e quello femminile: ed ecco che “sorgerebbe un nuovo istituto nazionale per la dismenorrea, voluto dal congresso; e i medici farebbero poca ricerca sugli infarti, di cui gli uomini non soffrirebbero grazie agli ormoni, ma si concentrerebbero sui crampi”. Oppure “Gli uomini si saluterebbero dicendo ‘Oggi ti vedo proprio bene’ e risponderebbero ‘Ci credo, ho le mie cose!’”.
L’ultimo tabù
“Gli uomini”, scrive Steinem, “convincerebbero le donne che il sesso è più piacevole in quel periodo del mese” e “I prodotti sanitari sarebbero forniti gratuitamente dal governo: ovviamente, alcuni uomini pagherebbero per il prestigio dato da marche celebri come i Tamponi Paul Newman o gli Assorbenti Muhammad Ali e ci sarebbero prodotti ad hoc tipo Per il flusso leggero da scapoli”. Da destra a sinistra tutti a litigarsi le mestruazioni mascoline che naturalmente si trasformerebbero non solo nella faccenda più figa dell’universo, ma, come ribadisce Gloria Steinem, in uno strumento di potere. Invece come sappiamo il ciclo mestruale è stato – ahinoi – demonizzato a più livelli. Tra battute e prese di distanza la donna mestruata è sempre stata considerata strana, da evitare, irritabile, a volte perfino un soggetto pericoloso.
Vi ricordate Carrie di Stephen King? Lì le prime mestruazioni della ragazza creano più di uno scompiglio e un evento naturale come il menarca è associato a Satana in persona. Il mestruo non piace, è un tabù, anzi forse è l’ultimo tabù. La donna mestruata è considerata da parecchie religioni impura, addirittura in ebraico c’è la parola niddah per definirla. Niddah è di fatto la donna che ha avuto le sue mestruazioni e non ha svolto il mikveh, ovvero il rituale di purificazione. Nel Levitico 15:19-30 è infatti detto: “Quando una donna avrà i suoi corsi e il sangue le fluirà dalla carne, la sua impurità durerà sette giorni; e chiunque la toccherà sarà impuro fino alla sera”. Anche nell’islam dopo le mestruazioni la donna non prega e deve fare un bagno purificatore prima di compiere le preghiere canoniche. Ricordo ancora come in Somalia, il mio paese d’origine, la donna durante il ciclo era definita nijas, impura. Mia madre mi ha detto che tra i pastori nomadi tra i quali è nata, una donna era isolata in quei giorni e allontanata dalle pratiche quotidiane. “Ti chiamavano nijas e non potevi macellare le bestie o svolgere qualsiasi attività”. E anche chi oggi non considera la donna mestruata impura (penso all’occidente in cui vivo) ci tratta comunque come un soggetto altamente infiammabile.

Un felice sanguinamento
Insomma queste benedette mestruazioni ci sono, ma il mondo tende a parlarne il meno possibile e quando ne parla lo fa sempre sottovoce. Questo tabù di fatto accomuna tutti i patriarcati, da oriente a occidente. Forse sono differenti le modalità di azione, ma la discriminazione direi che è proprio la stessa. Ancora oggi, se ci fate caso, nelle pubblicità delle più grandi marche di assorbenti il rosso mestruale è bandito. Al suo posto appare nel nostro piccolo schermo casalingo un flusso blu, quasi trasparente, che non solo nasconde, ma rimuove qualcosa che in fin dei conti è solo parte della natura di ogni donna. In India, pochi mesi fa c’è stata una protesta di donne per ribadire che loro sanguinano ogni mese e va bene così. Sembra ovvio ribadirlo. Ma nel subcontinente indiano il mestruo è un grandissimo tabù e niente è davvero ovvio quando si parla di mestruazioni. Tutto è nato intorno al tempio Sreedharma Sastha di Sabarimal, uno dei più conosciuti e visitati del Kerala. Prayar Gopalakrishnan che ha preso in carico la gestione del tempio ha di fatto impedito l’ingresso alle donne in età fertile, perché non sapeva bene come distinguere le pure da quelle impure, ovvero le mestruate dalle non mestruate.
Il religioso indù ha riferito ad alcuni reporter locali che avrebbe potuto farle entrare solo se avesse avuto in dotazione un dispositivo simile al metal detector manuale da passare sul ventre delle pellegrine. Naturalmente queste affermazioni hanno mandato su tutte le furie le donne indiane e soprattutto quelle del Kerala. La studente Nikita Azad (già dal nome si capisce che è una tipa combattiva) ha lanciato una campagna su Facebook #HappyToBleed alla quale hanno subito aderito migliaia di donne in tutto il subcontinente. Messaggi, cartelli e perfino assorbenti sono stati usati come vessilli per rompere il tabù e cominciare finalmente a parlare di questo loro felice e naturale sanguinamento.
Non a caso molte ong si stanno specializzando in assorbenti
Un’altra donna ha portato lo scorso agosto le mestruazioni sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Il suo nome è Kiran Gandhi, anni 26. Kiran è diventata famosa per aver corso la scorsa maratona di Londra senza tamponi interni o assorbenti. Nel suo blog ha spiegato il doppio proposito che ha animato la sua iniziativa. Il primo era quello di mostrare alle donne che non c’è niente di cui vergognarsi nel sangue mestruale. Il secondo invece puntava a richiamare l’attenzione del mondo sulla difficoltà che hanno molte donne nel comprare gli assorbenti.
Motori dell’emancipazione femminile
Ci sembra facile, quasi automatico comprare un pacco dei nostri amati assorbenti sotto casa e usarli. Ma è un gesto che non sempre è così naturale. Me ne sono accorta ad Hargheisa, nella Somalia del nord, dove ero andata per partecipare a una fiera del libro. Lì un pacco di assorbenti costava quanto uno stipendio locale (a volte anche più). Dove poi, è bene ricordarlo, sono ancora in pochi ad avere uno stipendio regolare. Molte donne, e non solo in Somalia purtroppo, non hanno accesso a questi prodotti. Un imprenditore del luogo, che aveva messo sul mercato gli assorbenti/pannolini Nune (molto famosi in tante zone del corno d’Africa) mi ha detto all’epoca che “le mestruazioni sono un grosso tabù sia in Somalia sia nel Somaliland. Da noi le ragazze rilavano e riusano lo stesso assorbente mille e mille volte con il rischio altissimo di infezioni vaginali”.
Ricordo ancora la faccia seria dell’imprenditore, un giovane della diaspora somala nato negli Stati Uniti e tornato in Africa per rendersi utile. E di fatto si è reso utile. Per impedire che le ragazze smettessero di andare a scuola a causa del ciclo (molte infatti erano costrette a non uscire dai familiari o smettevano perché la vergogna di macchiarsi era insostenibile) si è inventato insieme a una ong locale una distribuzione gratuita di assorbenti da prelevare direttamente a scuola. Hargheisa non è un eccezione, non lo è Mogadiscio e anche molte zone dell’India sono ancora in questa condizione. E non a caso molte ong si stanno specializzando in assorbenti.
Oggi gli assorbenti ci sembrano oggetti scontati, quasi banali. Ma sono stati uno dei motori dell’emancipazione delle donne. Le donne infatti per secoli hanno usato di tutto per assorbire il sangue mestruale che colava a fiotti tra le loro cosce. Per disperazione e per necessità si è ficcato lì sotto praticamente qualsiasi cosa. Dai papiri avvolti delle antiche egiziane a tamponi fai da te fatti con fiori di cotone, foglie, carta, muschio, lana e perfino pelli animali. Poi sono arrivate le spugnette, gli stracci da cucina e per le donne più ricche gli avanzi di tessuto. E anche la mutanda come la conosciamo oggi non esisteva. Le donne si dovevano ingegnare ogni volta a fissare in maniera creativa quelle strane cose che si mettevano tra le cosce per impedite al flusso di uscire e macchiare. Ed ecco che tra spilli, calzoncini, corde di vario genere le donne di ogni tempo si sono attrezzate ognuna come poteva. Mia madre per fortuna sua ha avuto il menarca tardi, viveva già a Mogadiscio. Ma si ricorda di donne che facevano buche per terra e stavano lì per ore accucciate come cani. Mia madre è stata fortunata perché la sorella, la zia Faduma, era ostetrica e la sua dose di assorbenti al mese la riceveva gratuitamente. Ma non per tutte era così. “Molte mie amiche semplicemente non uscivano di casa”, mi ha detto.
A volte, però, parlare troppo di mestruazioni può portare non solo alle battute di bassa lega, ma addirittura alla censura
Anche in occidente alla fin fine l’assorbente è scoperta recente. Solo durante la prima guerra mondiale alcune infermiere hanno intuito che le bende di cellulosa che usavano per le ferite dei soldati assorbivano il flusso meglio del cotone. E da lì l’industria ha seguito letteralmente il flusso. E non smette di seguirlo ancora oggi. Da qualche anno l’ex tennista Annabel Croft ha inventato una linea di lingerie per sportive. Molti prodotti sono dedicati alle tenniste e alle cavallerizze, braghettoni enormi quasi ottocenteschi, adatti per quei giorni lì. Annabel ha infatti confessato al Guardian che il ciclo l’aveva sempre preoccupata. Quella divisa sportiva delle tenniste che più bianca non si può e quelle gonne così corte erano un vero tormento. Come fare a non macchiarle? E poi un giorno la madre si è presentata con dei mutandoni enormi come un costume da bagno anni sessanta e Annabel è riuscita a superare il suo personale trauma da ciclo indossandoli e poi creando la sua linea di lingerie Diary Doll.
Forse è nello sport che il ciclo colpisce di più le donne. Le sportive ai nostri occhi sono semidee pronte a ogni battaglia come delle moderne amazzoni, niente può spaventarle. O preoccuparle. E invece hanno il ciclo anche loro. Ogni donna che ci viene in mente, da Federica Pellegrini a Serena Williams, sanguina in quei giorni. E il ciclo, ovvero la stanchezza e la spossatezza che arrivano con le mestruazioni, colpisce pure loro. Ma in poche erano autorizzate ad ammetterlo. Almeno finché non è arrivata Heather Watson che ha candidamente ammesso in televisione che è stata tutta colpa del ciclo se ha perso gli Open d’Australia. Evviva, qualcuna finalmente si azzardava a confessare a voce alta questo segreto di Pulcinella conosciuto dalle donne di ogni epoca. A volte, però, parlare troppo di mestruazioni può portare non solo alle battute di bassa lega (come quelle che stanno perseguitando in queste ore il povero Giuseppe Civati), ma addirittura alla censura.
È successo a Rupi Kaur, una poeta pachistana che vive in Canada. La foto incriminata mostra Rapi Kaur sdraiata sul letto di casa e con il pantalone macchiato dal sangue mestruale. L’istantanea apparteneva a una serie di foto artistiche, Period(che l’artista ha realizzato con la sorella Prabh) ed è stata censurata per ben due volte da Instagram. Rupi Kaur si è detta meravigliata dall’eco e dal dibattito creato dal lavoro che lei e Prabh hanno messo in piedi. Non immaginava quanto il tema fosse tabù ancora anche in occidente. Chiaramente, dopo il clamore creato dagli articoli e dagli utenti inferociti per il trattamento riservato alle due sorelle, Instagram ha presentato le sue scuse e ha rimesso online la foto. Ma questo ci dice che una parità mestruale non l’abbiamo ancora ottenuta.

Io per esempio da piccola chiamavo il flusso mestruale Guglielmo, perché avevo un testo di letteratura italiana, il Guglielmino Grosser, con la copertina di un rosso acceso
Una mia amica mi ha confessato che la parola “mestruazioni” la mette a disagio. “Non la uso”, mi ha detto, “provo un po’ di vergogna”. E non è un caso isolato. Ogni donna pur di non chiamare mestruazioni le sue “cose” si è inventata dei nomignoli buffi ed evocativi per celare il misfatto. Ed ecco che le nostre nonne dicevano “è arrivato il marchese”, perché pare che questi poveri marchesi usassero palandrane rosso fuoco come abito da cerimonia. D’altronde giubbe rosse era un altro nome dato al flusso mestruale. Io, per esempio, da piccola chiamavo il flusso mestruale Guglielmo, era tutto un “mi ha chiamato Guglielmo” o “Domani mi viene a prendere Guglielmo”. Perché avevo un testo di letteratura italiana, il Guglielmino Grosser, con la copertina di un rosso acceso. Ci vergognavamo e ci vergogniamo ancora perché la società ci ha inculcato un’idea insana di sporcizia e peccato legato a questo evento mensile. Nessuno, di fatto, ci ha mai detto che il ciclo fa parte di noi come l’aria che respiriamo o come il battito delle nostre ciglia. Ed ecco che per anni siamo sgattaiolate furtive, come se fossimo Arsenio Lupin, per buttare nella spazzatura l’assorbente incriminato, lontano dallo sguardo dei maschi di famiglia – siano essi padri, fratelli o mariti. Insomma noi donne, cari maschietti, siamo vissute in un incubo creato dai vostri pregiudizi.
Invece di deridere Giuseppe Civati sarebbe ora che uomini e donne si mettessero insieme per superare questo stato di cose e anche per trovare una soluzione all’inquinamento di cui anche miliardi di assorbenti sono colpevoli. Cosa fare? Dalle coppette vaginali agli assorbenti biodegradabili il mondo si sta attrezzando. Quindi smettetela di ridere e fatevi venire qualche buona idea per tener pulito insieme a noi il pianeta. E ricordatevi che le mestruazioni sono una cosa seria. Molto seria. Senza di loro forse non ci sarebbe la vita. Probabilmente nemmeno la vostra. [igiaba scego, fonte internazionale.it ]

unico amore la spolitica

Insomma invece di raccontare le cose che avete fatto, e per il resto non avete aggiunto nulla di vostro perché vi spettava di diritto, perché non vi raccontate per tutte le cose che non avete realizzato? Perché non dite che per "appilare" una buca, come quella della via san Gennaro dei poveri, ci avete impiegato più di tre mesi? E in questo momento perché non rimuovete la "zuzzima" che non siete stati in grado di regolare? (Le foto fumano da diversi giorni). Ma pecché si nun sapite fa 'e scarpari state sempe a rompere 'o cazz 'e semenzelle?




difendiamo la salute

Stamattina (19/01/’16), ho partecipato all’incontro organizzato nella Basilica di San Gennaro Extra Moenia dell’Ospedale San Gennaro sull’Assistenza Sanitaria Territoriale nel Centro Storico. Sappiamo da tempo dello scellerato piano di “riorganizzazione strutturale” (in realtà si tratta di un vero piano di smantellamento e di privatizzazione della sanità pubblica). A chi giova, dobbiamo domandarci questo piano? E’ troppo semplicistico dire che sono i privati, quello è solo la punta dell’iceberg, in realtà quello che è in atto è un vero e proprio piano di stravolgimento della Costituzione nata dalla Resistenza, in nome dei piani di stabilità che arrivano da Bruxelles. 

Quando in piena guerra Altiero Spinelli e gli altri esiliati sull’isola di Ventotene concepirono l’idea di Europa unita, pensarono ad un Europa che fosse una comunità di popoli liberi e solidali, che mettesse al centro le persone e i loro diritti inalienabili, uno di questi è il diritto alla salute. Come è possibile che la nostra politica regionale e nazionale siano così miopi da non rendersi conto che accorpare e smantellare presidi sanitari, equivale a sconvolgere interi territori, da quelli con migliaia di abitanti come il nostro alle piccole realtà come le Valli del Pinerolese, con famiglie che saranno costrette a fare dei “metri” per avere quello che spetta loro per diritto costituzionale? E come mai se persino negli USA, lo Stato più capitalista al mondo, Barack Obama è riuscito a far passare una legge federale sull’assistenza sanitaria pubblica malgrado la serrata resistenza delle lobby assicurative, in Italia si vuole fare l’esatto contrario? [Vincenzo Minei]

il rito dell'inversa potenza

Ciao Antonio, Volevo  scambiare con te due parole sui fatti di Colonia. Ho letto vari articoli dai giornali, molti dei quali io giudico incompleti, altri che mi sembra si avvicinino di più ad una visione ed ad un’analisi sociologica più seria, molti purtroppo talmente  patetici che non  viene voglia neanche di commentarli.

Personalmente, quando sono venuta a conoscenza di questi episodi di violenza sulle donne a Colonia, mi sono ricordata di un film visto  qualche anno fa  (per caso in televisione) sulle  donne di Ciudad Juaréz, in Messico. Conosci questi terribili fatti di cronaca? Ecco, per certi versi i femminicidi di Ciudad Juaréz hanno molti punti in comune con le violenze di  Colonia, sebbene i fatti di cronaca che riguardano queste due città siano avvenuti  in contesti socio-culturali completamente diversi  e  i femminicidi messicani siano caratterizzati da una ferocia e una persistenza nel tempo che fa rabbrividire.

A Colonia (sebbene non si sappia ancora come si sono svolti esattamente i fatti, né siano stati identificati gli aggressori) un gruppo più o meno esteso di uomini ha fatto subire alle donne non solo il furto di oggetti personali e soldi ma anche una vile violenza sessuale che può essere definita di tipo predatorio (azione di gruppo, accerchiamento delle vittime, umiliazioni, insulti).  Atti che potrebbero essere interpretati, considerando la descrizione degli aggressori, come una reazione alla frustrazione data dall’impossibilità, non solo di possedere oggetti di valore e soldi, ritenuti simbolo di status sociale, ma anche dall’impossibilità di accedere al controllo del corpo e della libertà delle donne attraverso forme di potere che ancora in molti paesi sono considerate come leggittime. Sembra che alla frustrazione  di essere demuniti economicamente e socialmente, si aggiunga quella di essere spossessati della sola forma di potere che si acquisisce culturalmente  in quanto “uomo”:  quella di disporre delle “proprie” donne.  Non a caso infatti le due forme di violenza sono state perpetrate allo stesso tempo: furto e violenza sessuale. Il corpo delle donne si vuole possedere come un qualsiasi altro oggetto prestigioso, quest’ultimo non accessibile per motivi economici, il primo inaccessibile anche  per motivi culturali e di status. Dietro questa visione maschilista e consumistica vi é l’attacco alla figura della donna emancipata,  che ha spezzato le catene (almeno quelle più grosse) della sottomissione al “maschio”  (e ricordiamo, lo ha fatto nei paesi occidentali combattendo coraggiosamente e senza tregua).

A Ciudad Juaréz invece la situazione é diversa, quasi speculare: si tratta di donne demunite che fuggono da privazioni economiche e spesso da violenze domestiche cercando un’emancipazione nel lavoro salariato. Entrano però in una spirale di ulteriore violenza  sui luoghi di lavoro, le aziende manifatturiere (le maquilladoras) delle zone franche create grazie al  NAFTA, l’accordo  nordamericano per il libero scambio, che ha favorito la nascita di numerose fabbriche al confine con gli USA. Queste aziende recrutano manodopera a bassissimo prezzo, costituita soprattutto da donne sole, povere, spesso  minorenni. Una manodopera docile costretta ad un  lavoro alienante che  si effettua in cambio di un salario miserabile. A questa violenza sul luogo di lavoro  si aggiunge quella dei crimini sessuali dei quali queste operaie sono vittime... I dati sono agghiacciati: centinaia di donne sequestrate, seviziate, mutilate, violentate e poi uccise, molte svanite nel nulla. La quasi-totalità delle vittime é  povera, immigrata, giovane.  Fatti di cronaca che si accumulano da più di un decennio, nella quasi completà impunità delle autorità. Si parla di più di 500 donne trovate morte o sparite in meno di 10 anni nella sola Ciudad Juaréz (ma svariate migliaia in tutto il Messico) ...raccapricciante.

In entrambi i casi la donna é vista come una merce da sfruttare, di cui appropriarsi. Nel primo caso in quanto merce altrimenti inaccessibile, che si può possedere solo tramite la violenza. Nell’altro caso come merce svalutata, quasi un’appendice della catena di montaggio,  un oggetto che può essere rimpiazzato a volontà, della cui disparizione nessuna persona che “conta” si preoccupa- una valvola di sfogo della violenza delle gang. Entrambe vittime di una cultura basata sul machismo, dell’indifferenza delle autorità  (almeno fino al momento dello scandalo). Vittime  della frustrazione  del mancato esercizio del potere patriarcale e della degradazione economica legata all’esclusione dal mondo del lavoro (a Ciudad Juaréz e nella zona NAFTA gli uomini sono esclusi dalle fabbriche a favore di un pubblico quasi interamente femminile e sono attratti  nei circuiti criminali), oggetto attraverso il quale si accresce il proprio status in seno al gruppo (in Messico la violenza sulle donne é spesso  vista come “atto di iniziazione” di ingresso nelle gang) .

Quello di Ciudad Juaréz é solo un esempio, di cui mi sono ricordata per caso grazie ad un film visto anni fa.  Ma gli atti di violenza sistematica sulle donne  sembrano essere una costante, nonostante i molteplici contesti  culturali, economici, sociali nei  quali sono consumati (dagli stalker, agli stupri di gruppo fra gli adolescenti, dalle molestie sessuali nei luoghi di lavoro e pubblici, agli stupri pianificati sulla popolazione femminile durante le guerre...).

Questa molteplicità di contesti  evoca una possibilità triste ed inquietante: che la violenza sulle donne riguardi tutto l’universo maschile e che in situazioni di crisi per l’uomo riaffiori  la tendenza alla messa in atto di una forma arcaica di potere, intemporale e transculturale, che si esercita sulle corpo delle donne. Una forma di potere che, come qualsiasi altra,  potrà essere contrastata solo sul terreno della lotta, sul terreno  dell’unione degli interessi di un gruppo - quello delle donne in questo caso - che non dovrà mai abbassare la guardia, in qualsiasi posto del mondo si trovi, pena di vedere le proprie fragili conquiste sgretolarsi nell’indifferenza generale. [Leandra F.]

sandra la prostituta

Ricordo la prima volta che vidi l’organo genitale femminile. Lavoravo in una macelleria, andavo avanti e indietro perlustrando tutto il quartiere portando carne fresca. In pausa, una persona che lavorava con me mi fece vedere la rivista “le ore, vecchio giornalaccio utilizzato da reconditi sbavatori. Quando lo aprì, mostrandomi in primo piano l’apertura angolare delle cosce di quella che io presumevo essere una donna, mi spaventai così tanto che ebbi l’impressione di aver visto un pezzo di “locena” avariata. (La “locena” se non ricordo male, è quel pezzo di carne che si stacca dall’arrosto, ha venature di nervo e grasso e le sue prime fette tagliate possono essere paragonate ad un filetto con l’osso – mi perdoneranno gli amici macellai per questa spiegazione molto approssimata).

Ritornando al mio vecchio e sbiadito ricordo, quelli erano gli anni che in vespa raggiungevo, alla via Marina, alcune prostitute giovani e belle che per lavorare mettevano in mostra la loro seduzione. Io e il  mio amico Roberto, ragazzo di parrucchiere che somigliava a Nick Kamen, dopo diverse settimane diventammo amici di Sandra che volle chiarire subito che con noi non avrebbe mai fatto nulla. Sandra era bella, credo che avesse più di 30 anni, un profumo meraviglioso, capelli brillantinati e minigonna mozzafiato. Portava calze di colore verde, proprio come Shirley MacLaine nel film Irma la Dolce.

A Roberto venne la varicella, presa per essere stato troppo gentile con la signora del piano di sopra, che per lui rappresentava la donna  più bella del mondo. In un balzo di eccessiva gentilezza l’aiutò a portare l’unica borsa che aveva in mano con dentro una sola scatola di pomodoro e 5 uova fresche. Intrufolandosi in una casa buia e sprangata si fece forte dicendo che aveva avuto tutte le malattie da bambino.

Presi coraggio e andai da solo alla via Marina rimanendo subito deluso perché non riuscii a trovare Sandra. Dopo un po’ la vidi uscire da un auto, si avvicinò e subito mi chiese dov'era il mio amico. Le spiegai tutto per filo e per segno facendola sbellicare dalle risate. Forte di questa circostanza ebbi il coraggio di chiederle perché faceva questo lavoro; e lei continuando a ridere mi disse che aveva un figlio adolescente, che abitava in un luogo della provincia di Napoli malfamato e ricco solo di prepotenti. Aveva paura che il figlio potesse perdersi frequentando quell’unico ambiente possibile. Aveva soprattutto paura che il figlio potesse spacciare. Mi sembrò nobile la sua spiegazione, ma in realtà non era l’unica: ce n’era un’altra molto più consistente che riascoltai anni dopo. Sandra mi fece giurare di non dire mai nulla e così farò anche adesso, non svelerò il segreto che mi confessò con avidità e vergogna facendomi capire che la sua non era una missione salvifica ma una semplice condizione della sua esistenza. [+blogger]