il fuoco della sanità

Quello di qui sopra non è il titolo di un nuovo articolo sulla sanità pubblica (peccato, perché ne avremmo  bisogno), ma quello che l'altro ieri è successo, o meglio non è successo, nel quartiere: è stato impedito di accendere il fuoco di sant’Antuono che ogni anno si prefigge di cacciare il vecchio marcio e di accogliere il nuovo. Centinaia di adolescenti hanno protestato in piazza Sanità contro le forze dell’ordine. Un divieto, se pur giusto, mai applicato negli anni addietro. I roghi, invece, ieri erano un po’ sparsi per tutta Napoli e provincia nonostante la pioggia.

Sono anni che continuo a dire che il “loro” contro il “noi” è una definizione mentale scellerata. Non è possibile pensare alle forze dell’ordine come nemici, così come non è possibile definire la gente del rione tutti ladri e/o camorristi. Imporre un divieto così all’improvviso crea sempre una situazione di disagio, come quella che si è verificata il 17 gennaio scorso, intorno alle diciannove, in piazza Sanità. Sembra che i poliziotti o i carabinieri siano di un altro pianeta e che gli abitanti del quartiere siano di un’altra galassia. L’invasione entra prima di tutto nelle anime, pervade come il fuoco la mente e il chi va là tappa gli occhi e le orecchie. La mente si ferma alla vista di una divisa, così come quando si intravede il ponte della Sanità, i tutori della giustizia sobbalzano di soppiatto.

Bisogna ritornare alla normalità. Quando vedo lampeggiare o suonare una sirena mi guardo intorno e vedo gente con aria tesa…assurdo; così come gli uomini della forza pubblica hanno modi e posture differenti quando sono alla via Sanità, tutt’altro invece sono i comportamenti alla via Luca Giordano. Queste etichette dobbiamo sradicarle prima dalle nostre parole, poi dai nostri atteggiamenti. Ho esagerato un po’ e l’ho fatto apposta scrivendo questo articolo, in realtà non mi sono mai guardato indietro quando un poliziotto mi ha chiesto i documenti. Ma la normalità deve pur arrivare, i pregiudizi fanno male a noi, alle nostre famiglie, ai nostri figli... A perdere siamo sempre noi, neanche il pareggio ci è dato sperare. [+blogger]              

emergenza freddo

All’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Napoli dott. ssa Roberta Gaeta
OGGETTO: Emergenza freddo: accoglienza senza fissa dimora presso l’Istituto la Palma

Negli ultimi giorni le condizioni meteo stanno mettendo a dura prova la vita dei senza fissa dimora. L’opinione pubblica viene colpita dalle morti per il freddo e reagisce con proclami e appelli alla solidarietà per chi sta vivendo questo disagio. Nonostante gli sforzi delle istituzioni, ci sono ancora altri disagi che vanno affrontati.

La cooperativa La Locomotiva sta garantendo l’accoglienza di 85 senza fissa dimora presso l’Istituto La Palma, sito in Salita Mauro al Rione Sanità. L’orario di accoglienza è dalle ore 19:30 alle 8 del mattino. Date le condizioni climatiche critiche, però, questo non basta più a proteggere i numerosi ospiti della struttura bisognosi di un riparo anche prima di quell’orario di apertura.

Come Presidio Permanente contro la chiusura dell’Ospedale San Gennaro che da mesi è in lotta per tutelare il diritto alla salute, e come Rete Rione Sanità, riteniamo che il Comune di Napoli debba provvedere ad una soluzione immediata del problema e proponiamo di anticipare l’orario di apertura dell’accoglienza dell’Istituto La Palma almeno alle ore 16 per affrontare le esigenze del momento. [Presidio Permanente contro la chiusura dell’Ospedale San Gennaro/ Rete Rione Sanità]

mangia un dono




basta con il silenzio

GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

L’anno 2016 ha visto trionfare la normalità della guerra, la Terza Guerra mondiale a pezzetti, come la chiama Papa Francesco, una guerra spaventosa che ha il suo epicentro in Medio Oriente ed ha mostrato tutta la sua ferocia, disumanità e orrore nell’assedio della città martire, Aleppo. Una guerra che attraversa anche l’intera zona saheliana dell’Africa, dalla Somalia al Sudan (Darfur e Montagne Nuba), dal Sud Sudan al Centrafrica, dalla Nigeria (Nord) alla Libia, dal Mali al Gambia. Senza dimenticare i massacri nel cuore dell’Africa, in Burundi e Congo(Beni). Siamo davanti a desolanti scenari di guerra che si estendono dallo Yemen all’Afghanistan, guerre combattute con armi sempre più sofisticate e a pagarne le spese sono sempre più i civili. “Come è possibile questo?- si chiede Papa Francesco. E’ possibile perché dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi  che sembra essere tanto importante”.
E’ l’industria delle armi, fiorentissima oggi, a gioire di tutto questo. Secondo i dati Sipri, a livello mondiale, investiamo quasi 5 miliardi di dollari al giorno in armi. A livello italiano, secondo l’Osservatorio ne spendiamo 64 milioni di euro al giorno. E’ un’industria fiorente quella italiana delle armi che esportiamo e vendiamo in tutto il mondo. In questo periodo abbiamo venduto bombe all’Arabia Saudita e al Qatar, che poi le hanno date a gruppi armati legati a Al-Qaeda come a Jabhat al –Nusra in Siria. E tutto questo nonostante la legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra e a paesi dove vengono violati i diritti umani. L’Italia ha esportato armi nel 2015 per un valore di oltre 7 miliardi di euro a tanti paesi che sono o in guerra o dove sono violati i diritti umani. Ma come fanno i nostri governi a parlare di legalità, quando agiscono in maniera così illegale? E’ la grande Bugia. “La violenza esiste solo con l’aiuto della Bugia”, diceva Don Berrigan, il gesuita nonviolento americano scomparso lo scorso anno. E’ passato il tempo in cui i buoni possono rimanere in silenzio. ”Ed è proprio questo quello che mi sconcerta di più: il silenzio del movimento per la pace davanti a questi scenari di guerra. Non lo posso accettare. Dobbiamo scendere in piazza, urlare , gridare, protestare. Forse non riusciamo a parlare perché il movimento è frammentato. Allora mettiamoci insieme. La situazione è troppo grave. Per questo dobbiamo avere il coraggio di violare la legge, di farci arrestare,di andare in prigione .Questo sarebbe il dovere prima di tutto dei religiosi, dei preti, delle suore come i fratelli Berrigan e le suore domenicane negli USA che si sono fatti anni di carcere nel loro impegno contro la ‘Bomba’. E come cristiano mi fa ancora più male il silenzio dell’episcopato italiano e di larga parte delle comunità cristiane. Per fortuna c’è Papa Francesco che parla chiaro. Nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1 Gennaio 2017) afferma che “essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza. ”E prosegue”: La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati  così importanti. I successi ottenuti da Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther  King contro la discriminazione razziale…”
Papa Francesco invita le comunità cristiane a perseguire questa strada della nonviolenza attiva, come la strada obbligata per i seguaci di Gesù. “Dite al mondo che non esiste più una guerra giusta- ha detto una suora domenicana irachena Nazik Matty durante il convegno sulla guerra e nonviolenza, promosso in Vaticano da Papa Francesco. Lo dico da figlia della guerra”.
Papa Francesco forse presto ci regalerà un’ enciclica che potrebbe mettere la parola fine alla teologia della guerra giusta e indicare la nonviolenza attiva come la strada inventata da Gesù. E’ la strada che le comunità cristiane devono imboccare con lo stesso coraggio che hanno avuto Gandhi, Martin Luther King, Don Berrigan, Don Milani… Ma queste comunità dovranno avere la capacità di unirsi a tutte le altre realtà nonviolente creando un grande movimento popolare per la pace. Ma per arrivare a questo dobbiamo tutti essere disposti a pagare un alto prezzo. “Noi urliamo pace, pace, ma non c’è pace - diceva Don Berrigan. Non c’è pace perché non ci sono costruttori di pace. Non ci sono costruttori di pace perché fare pace è altrettanto costoso quanto fare guerra - almeno altrettanto esigente perché si paga con la prigione e la morte”. A tutti i costruttori di pace, l’augurio di cuore di un Buon anno, carico di frutti di pace. [alex zanotelli]

prevenire il terrorismo

Francesca Bellino è una mia cara amica. Giornalista e scrittrice con una ossessione in testa che si chiama Tunisia. Non solo la sua famiglia è in parte tunisina (il marito è l’attore Ahmed Hafiene noto in Italia per aver fatto numerosi ruoli tra cui Hassan in La giusta distanza di Carlo Mazzacurati), ma da tempo lo è anche la sua anima. Di recente ha scritto un romanzo, Sul corno del rinoceronte, che ripercorre attraverso la storia di un’amicizia i momenti turbolenti che anticipano la rivoluzione dei gelsomini, l’inizio delle rivolte arabe. Mi ha sempre colpito una frase del romanzo di Francesca. Lei scrive: “I segreti sono nascosti negli occhi. Il mio primo incontro con la Tunisia sono stati gli occhi di Meriem. Poi mi sono imbattuta in quelli dei giovani in trappola, arresi ai bordi delle strade o persi davanti a squallide tazzine di caffè”. In poche righe Francesca Bellino ha fatto una fotografia precisa di quanta frustrazione circolava e circola ancora tra i giovani, soprattutto uomini, tunisini. Me li ricordo pure io quegli occhi. Tanti anni fa ho seguito un corso di arabo all’istituto Bourguiba di Tunisi. Eravamo una multiforme umanità. Tutti lì per un interesse diverso. Chi adorava il poeta Nizar Qabbani, chi voleva imparare una lingua con cui lavorare nel settore del petrolio, altri invece sognavano di tradurre manoscritti medievali. Io non so bene perché fossi lì, forse per non darla vinta a una lingua che mi faceva impazzire con i suoi plurali fratti e le sue coniugazioni. E poi c’erano loro, le signore eleganti. Alcune erano italiane, altre tedesche, altre ancora francesi. I sogni mangiati Lo studio dell’arabo era una scusa, quello che dicevano a casa ai mariti per giustificare il viaggio. In realtà più che alla lingua araba erano interessate agli arabi. Ed ecco che di colpo quei giovani senza lavoro, senza futuro, si attaccavano a queste signore occidentali per un regalo o per una cena in qualche ristorante di lusso. Le signore elargivano generosamente in cambio di qualche prestazione sessuale e di qualche galanteria. Era un commercio alla luce del sole che mi aveva lasciato senza fiato. Ero ingenua forse, ma non me lo aspettavo proprio. E cominciai a osservare quei giovani. Avevano tutti qualche sogno, qualche voglia di futuro, ma allora c’era Ben Ali, il dittatore, quello che Francesca Bellino chiama il rinoceronte, a mangiare i sogni. E oggi? La situazione non è migliorata. I ragazzi sognano ancora di fuggire, di lasciarsi questo paese alle spalle. Un paese, va detto, tra i più battaglieri e laici del Nordafrica. Un paese però che è abbandonato dalla comunità internazionale, che lo considera una pedina poco importante. Ed ecco che le grinfie del fondamentalismo e del terrorismo si sono fatte sentire con brutalità. La Tunisia è stata colpita duramente dal terrorismo, pensiamo solo agli attentati al museo del Bardo e a quello sulla spiaggia di Sousse, e oggi ha alti tassi di radicalizzazione tra i giovani. I giovani, i loro occhi. Ho cercato di guardare quelli di Anis Amri, il terrorista del mercatino di Natale di Breitscheidplatz, a Berlino. Gli occhi rivelati dalle fotografie sono opachi, velati, manca la luce. All’Ucciardone, una delle strutture carcerarie dove è stato recluso, Anis Amri è stato descritto come violento. Riguardo le foto segnaletiche che sono state pubblicate dai giornali. Questa storia ci riguarda, penso. Ci riguarda come Italia. Parla di noi. Anis Amri non ha una faccia poi così diversa dai ragazzi di Messina, Palermo, Enna, Catania. Come ogni giovane, anche lui forse ha sognato per se stesso un futuro migliore, chissà. Cerco di guardare l’uomo dietro al terrorista. Non è facile. Soprattutto non è facile se penso a chi ha perso la vita in quel mercatino berlinese. Non è facile se penso a Fabrizia Di Lorenzo che voleva solo un mondo più bello dove vivere. Se penso ai loro corpi falciati senza pietà, mi sale una rabbia immensa. Ma ecco che dobbiamo essere lucidi, e cercare di capire come siamo arrivati fino a questo punto. Dobbiamo farlo, anche solo per capire come difenderci. Se continuiamo a gridare al lupo al lupo non servirà a niente. Dobbiamo cercare Anis, chiunque esso sia, dietro la parola terrorista. La prima falla Ed ecco che questa vicenda emblematica ci spinge a guardare alle falle del nostro sistema. Parliamo tanto di legalità, ma è proprio l’illegalità del sistema che porta alla diffusione della peste terrorista. Di Anis Amri sappiamo che è arrivato in Italia con un barcone. Ecco la prima falla. Ecco quello che non va, il barcone. Il viaggio dei migranti è in mano ai trafficanti, ai mafiosi. Loro decidono i prezzi, le rotte, le modalità. Qualcosa che dovrebbe essere competenza degli stati oggi è in mano a criminali senza scrupoli. Chi arriva in Europa deve farlo a costo di morire in mare o di morire nelle tappe precedenti. Si può morire in carcere in Libia, dopo uno stupro di gruppo o di sete nel deserto del Sahara. Negli anni settanta i padri di questi ragazzi che fanno il tahrib, così si chiama il viaggio di migrazione in somalo, potevano prendere un aereo e avevano dei visti. Oggi non c’è una maniera legale di arrivare in Europa. Ci sono solo i trafficanti. Questo è un dramma per i migranti, che rischiano la vita. Ma è un dramma per l’Europa. Come sa l’Europa chi arriva nel suo territorio? Un tempo c’era un sistema di visti per arrivare dal Nordafrica in paesi come la Francia o l’Italia. Si era pendolari per un po’. Molti lo erano per lavoro, altri per studio. C’era un viavai controllato dall’una e dall’altra parte. Chi migrava non lo faceva per sempre, aveva la possibilità di tornare indietro. Le procedure non erano ottime, ma sicuramente migliori di quelle di adesso. Oggi non c’è più mobilità tra un lato e l’altro del Mediterraneo. Da mare aperto, oggi il Mediterraneo è diventato un mare chiuso, uccisi tutti gli scambi che hanno creato grandi civiltà. Dal momento in cui Anis Amri mette piede in Italia comincia una sorta di discesa agli inferi che finirà solo con la sua morte a un posto di blocco a Sesto San Giovanni. Ora, Anis Amri era un soggetto a rischio, descritto come violento, etichettato come problema e molto probabilmente era vero. Mi chiedo: si poteva recuperare questo ragazzo in qualche modo? Soprattutto nello stadio iniziale? Non ho una risposta. Mi inoltro nella sua biografia. Ed ecco che lo vediamo chiedere protezione in quanto minore. Lui ha già compiuto 19 anni. Le autorità non lo sanno e lo mettono in un centro per minori. Diciannove anni però non fanno di te un uomo. Anis Amri è un dicianovenne violento, rissoso e confuso. Questo emerge dalle parole del padre intervistato da un giornale tedesco. Il fortino dell’Europa Il sistema, inoltre, porta a mentire. Anis ha mentito, ma forse non è il solo. Il richiedente asilo deve inserirsi in griglie prestabilite per ottenere l’asilo politico. Allora se sei del nord del paese X non puoi ottenere asilo, ma se dici di essere di Y allora la tua domanda sarà valutata. I migranti lo sanno e, pur di non vedersi rifiutata la domanda, si inventano storie non vissute. Le loro sofferenze sono autentiche, ma spesso la commissione non valuta l’individuo e vuole sentirsi raccontare quello che ha già prestabilito. Ed ecco che molti si fingono minori o fingono di essere chi non sono. La realtà è complessa. Se accolgono i siriani, allora anche un tunisino o un marocchino si finge siriano, su internet ci sono i tutorial per rifare l’accento di Damasco, di Homs e di Aleppo e anche se sei di Rabat o di Mahdia allora ci provi anche tu, perché l’Europa è diventata una fortezza. Sì, un fortino che continua a sfruttare il sud del mondo, le sue materie prime, ma che vuole il migrante solo dopo che abbia passato atroci sofferenze, perché dopo accetterà di lavorare per pochi spiccioli. Il sistema è malato. Se ci fosse un viaggio legale (e, sottolineo, legale) tutto questo non avrebbe bisogno di esistere. Nessuno dovrebbe mentire. Ma è al centro di accoglienza che Anis non ancora terrorista si perde completamente. Brucia insieme ad altri ragazzi una parte della struttura. È molto violento. Sconterà, come hanno già detto tutti i giornali, quattro anni di pena in varie strutture siciliane. “Non si è radicalizzato in carcere”, dicono le autorità. Ma il carcere lo ha inabissato sempre di più. Ha creato il terreno fertile per la radicalizzazione. Lo sappiamo, le carceri italiane sono sovraffollate, invivibili. L’Ucciardone, dove Anis è finito, è noto alle cronache. Spazi angusti, corpi addensati in pochi metri soffocanti, detenuti promiscui loro malgrado. Le risse all’Ucciardone e in molte carceri italiane sono all’ordine del giorno. Il personale, soprattutto la polizia penitenziaria, è sempre sul piede di guerra. Sono in pochi e fanno turni massacranti. E poi hanno paura per la loro incolumità. Il loro numero non è sufficiente a tenere tutti quei detenuti. La situazione nelle carceri è drammatica. Luigi Manconi e Rita Bernardini ce lo ricordano sempre che il nostro sistema penitenziario non solo è in crisi, ma produce ancora più frustrazione e criminalità. Il carcere non dichiarato Dopo L’Ucciardone c’è stato il Cie, il centro di identificazione ed espulsione. Un carcere non dichiarato dove si finisce perché si è in stato di irregolarità con i documenti o i n attesa di espulsione. I Cie sono un universo psicotico dove lo spazio e il tempo sono sospesi, si è solo trattenuti, ma in soldoni si è carcerati. Si attende. Puoi guardare la tv, le donne cercano di abbellire le loro celle che qui chiamano camere, ma sei in un non luogo e la tua diventa una non vita. Puoi rimanerci un mese, due, ma anche diciotto. Ci puoi finire dentro perché il tuo datore di lavoro non ti rinnova il contratto e quindi non puoi avere il permesso di soggiorno o, come il futuro terrorista Anis Amri, perché sei in attesa di espulsione dopo aver scontato una pena in carcere. Uscire dal carcere per finire in un altro che ha regole ancora più assurde del primo. La malaccoglienza da troppo tempo in Italia produce schivitù e sfruttamento dei migranti Basta leggere il rapporto Accogliere. La vera emergenza per capire che siamo nei guai. LasciateCIEntrare ha girato l’Italia per un anno intero, il 2015, monitorando i centri di identificazione ed espulsione (Cie), i centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e i centri di accoglienza straordinaria (Cas). Quello che emerge dal rapporto è la “malaccoglienza” italiana che diventa teatro dell’assurdo non solo nei Cie, ma mostra le sue crepe anche nelle strutture ordinarie d’accoglienza. Il sistema è costoso, il personale spesso non è preparato, in molti non sanno nemmeno l’inglese e non riescono a comunicare con i migranti, gli appalti non sono chiari, c’è tanta improvvisazione. Quello che ha fatto dire a Stefano Galieni, dell’associazione Diritti e frontiere, che “è la politica la grande assente di quanto sta accadendo in Italia e in Europa. Dietro ogni struttura che nasce o muore vi è opacità assoluta, non ci sono garanzie di standard reali di accoglienza”. Questa malaccoglienza, come ha sottolineato Yasmine Accardo, curatrice del volume e membro di LasciateCIEntrare, in una intervista a Piuculture “da troppo tempo in Italia non fa che produrre schiavitù e sfruttamento dei migranti, mentre continua a rappresentare in troppi casi una fonte facile di guadagno per chi si accaparra bandi o per chi riceve affidi diretti, motivati dall’emergenza”. Malaccoglienza, ecco la parola per capire il mistero Anis Amri, un ragazzo difficile che di tappa in tappa diventa più violento, più opaco, dagli occhi insensibili. Ecco Anis Amri che accoltella il camionista polacco Łukasz Urban, che voleva comprare un regalo alla moglie a Berlino, ecco Anis Amri che mette il piede sull’acceleratore del tir rubato e falcia vite. L’Italia è la porta dell’Europa. Salva vite certo, la guardia costiera fa un lavoro da Nobel della pace, fa un lavoro che non fa nessuno. Di questo possiamo essere orgogliosi. Ma è sul resto che non va. Noi come gli struzzi mettiamo la testa sotto la sabbia. Basta che muoiono un po’ più in là, basta che non si facciano vedere troppo e se ne vadano in Germania e in Svezia. L’Italia non vuole organizzarsi. E questo non da oggi, ma dagli anni novanta. Qualcosa che ormai è un fatto ordinario è ancora definito emergenza. Non abbiamo personale preparato, non abbiamo strutture adeguate, come ci ha mostrato LasciateCIEntrare, non abbiamo carceri all’altezza, non sappiamo nulla dei paesi che si affacciano sul nostro stesso mare. Quando si parla di immigrazione si usano frasi retoriche come l’ormai sempreverde “Se ne tornassero a casa loro”. Ma nessuno parla seriamente di gestione del fenomeno o di piani per il futuro. E men che mai di investimenti. Come si può risolvere il nodo immigrazione senza soldi? Ripenso agli occhi che descrive Francesca Bellino nel suo romanzo. Gli occhi dei giovani al di là del mare, in Tunisia. Alcuni occhi sognano di diventare Mozart, Pelè o Steve Jobs. Altri non hanno idea di cosa sia il futuro, sono arrabbiati, frustrati umanamente e sessualmente. Arrivano sia i Mozart sia gli Anis Amri. Ma la malaccoglienza è uguale per tutti. C’è chi con forza d’animo, ed è la maggior parte, ce la fa nonostante tutto. Alcuni continuano il viaggio verso terre che facilitano l’inserimento, altri restano qui a vendere frutta ai mercati o come un mio amico si trasformano da pescatori in apicoltori. E sì, c’è anche chi non molla e diventa comunque Mozart. E poi ci sono gli Anis Amri. Sarebbe consolante fare come Ponzio Pilato, facile lavarcene le mani, e dire non è roba nostra, non ci interessa, era un violento psicopatico. Probabilmente era un violento psicopatico, forse non avremmo potuto fare nulla per cambiare la sua sorte e quella delle sue vittime. Ma non ci siamo presi il disturbo di fare qualcosa. La nostra politica è stata a guardare. E anche noi non abbiamo fatto nulla, nessuna pressione affinché qualcosa cambiasse. Avevamo il dovere di provare a recuperarlo. Se non per solidarietà, per la nostra sicurezza, per impedirgli di finire tra le braccia del terrorismo. Allora forse una delle armi è proprio l’accoglienza (non la sola, ovviamente, serve anche un coordinamento tra polizie e intelligence). Combattere questa frustrazione che c’è in giro. D’altronde basta leggere la propaganda jihadista per capire che i terroristi hanno paura dell’accoglienza. Dicono, non a caso, che il loro obiettivo è distruggere la “zona grigia”, ovvero lo spazio di convivenza tra diverse fedi e tradizioni. Vogliono odio e frustrazione. Vogliono la nostra paura. Ecco perché per sconfiggerli bisogna andare ostinatamente nella direzione contraria. “Love is the answer” direbbe John Lennon. Certamente. Ma ripristinando la legalità. Solo la legalità, ovvero regole condivise e diritti non violati, potrà salvare la nostra civiltà. I muri ci porteranno tra le braccia dei terroristi e daranno manovalanza ai fomentatori dell’odio. Non permettiamo che questo succeda. Questa volta dipende anche da noi. [igiaba scego, internazionale]

invito

Ieri sera abbiamo consumato un po' di pizze sospese, eravamo più di 100 tra Srilankesi, ghanesi, bielorussi, nigeriani, italiani e sanitanesi.    







analogie di quartiere

Una mail inviata all’amministrazione di un comune di Bologna, una cittadina che chiede spiegazioni, come giusto che siano. Sono così tante le analogie con il nostro quartiere che sembrano che il fruttivendolo, la suora, il barista e il ragioniere della Sanità abbiano deciso all’unisono di scrivere per acclarare le loro indiscusse e antiche argomentazioni. Pubblico il testo integrale.



“Cogliendo   l’invito dell’Assessore Lepore che auspica una cittadinanza “in conflitto” con le istituzioni (sue testuali parole), t’invio una piccola riflessione in merito all’incontro del primo dicembre. Volutamente provocatoria, nella speranza di suscitare un’emozione, ma soprattutto una reazione costruttiva.  Immaginazione civica: parole evocative che dovrebbero riaccendere speranza e fiducia. E allora perché continuo a rimanere sulla difensiva? Non è un pensiero razionale, piuttosto è un impulso, una sensazione di malessere sotto pelle, che non mi permette di fidarmi fino in fondo (dopo Pilastro 2016).

Immaginazione civica: suona davvero bene. Ai cittadini si chiede cooperazione, idee, progetti, soluzioni ai problemi. Ma non sarà che si chiede di sopperire alla carenza di servizi con il volontariato organizzato? Di trovare soluzioni ai bisogni “isorisorse” (tradotto: a costo zero per voi)? Voi di idee ne avete? Perché le risorse non le avete, lo specificate sempre. Però, forse,  aiuterete i cittadini attivi e propositivi  a trovare degli sponsor. Che fortuna! E lo dite molto soddisfatti, dall’alto del vostro pulpito. Non trovate risposte, ma sponsor, forse sì. Perché voi siete sicuri, attaccati alla certezza del vostro presente, mentre a noi, quelli che fanno fatica a sbracare il lunario, tocca immaginare il futuro… ma dov’è il domani? Perché è davvero troppo lontano per noi. Rischiamo di non avere la forza per raggiungerlo. Il tempo assume un valore diverso a seconda della situazione in cui ci si trova, non dimenticatelo mai. 

E non ditemi che mi lamento del fatto che finalmente si apre alla progettazione dal basso, perché faccio fatica a credere che si dia la possibilità di includere chi è realmente escluso. Agli incontri vedo sempre le stesse facce. Anch’io stessa sono privilegiata, perché sono informata. Ma quando ti trovi realmente ai margini, non è così semplice. Quando sei in una situazione di disagio, quando parli la lingua malamente, quando non sai nemmeno che esista una piattaforma virtuale che ti permette di connetterti con l’amministrazione, (e se anche lo sapessi, a cosa ti potrebbe servire?) quando il lavoro non c’è, quando devi associarti anche solo per far sentire la tua voce (e pure questo costa gli euro di una tessera) … ai reietti, quando capita, si fa solo un’estemporanea beneficenza, invece di “immaginare” di aiutarli a uscire fuori dal disagio per sempre. Perché redistribuire vuol dire dare a qualcuno togliendo ad altri. E se gli uni siamo noi, va tutto bene, ma se siamo gli altri… allora no!   Sui progetti delle cooperative sociali ho sempre qualche perplessità. Perché mi sembra che troppo spesso i reali beneficiari siano le cooperative stesse, piuttosto che i “portatori di bisogni”. 

Scrivete “Vogliamo investire nel capitale sociale con fiducia e coraggio e per questo è importante fin da subito aprire una fase di ascolto”.  La fiducia credo che dobbiate metterla voi, perché noi l’abbiamo esaurita molto tempo fa. Il coraggio, invece, è tutto nostro. Perché, credimi, ci vuole tanto coraggio a non arrendersi e a continuare a guardare avanti.  Ascolto? Stiamo urlando da tanto tempo, non ve ne siete ancora accorti?" [lorenza zullo] 

ceta

UNA TESTA DELL’IDRA

"Le disuguaglianze e il riscaldamento sono le principali sfide del nostro tempo", scrive il noto economista francese T. Piketty. Da qui la necessità di stipulare trattati internazionali che consentano di rispondere a queste sfide promuovendo un modello di sviluppo sostenibile. Da questo punto di vista, l’Accordo commerciale tra Canada e Unione Europea (CETA) è un trattato di altri tempi. E va quindi respinto". Piketty, autore del noto studio Il Capitale del XXI secolo, motiva così questo suo giudizio sul CETA. “Il trattato è di natura strettamente commerciale e non contempla alcuna misura vincolante sul piano monetario o climatico".

Penso che Piketty abbia colto, in poche parole, il perché il CETA vada respinto al mittente. E’questo il momento di farlo. Infatti il 30 ottobre si sono chiusi a Bruxelles i negoziati portati avanti, per sette anni, in maniera quasi segreta, dalla Commissione Europea e dal governo canadese. Questo nonostante le proteste popolari e mediatiche culminate nella coraggiosa opposizione del Parlamento Vallone, purtroppo superata dal Sì del Belgio alla condizione però che l’ok finale dovrà essere dato non solo dai parlamentari del Canada e della UE, ma anche da quelli dei 27 paesi della UE. Ora tocca al Parlamento europeo discuterlo ed approvarlo, facilmente a fine gennaio/inizio febbraio. Per questo è necessario far montare, come abbiamo fatto per il TTIP (Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti), una campagna mediatica contro il CETA.

Ma dobbiamo fare uno sforzo grande per informare i cittadini sul perché rifiutiamo questo Accordo. Questo trattato è prima di tutto un grande regalo alle multinazionali e una lotta al ruolo e alle competenze dei governi ed enti locali. Il trattato infatti prevede l’abbattimento delle cosiddette barriere non tariffarie’, Questa è un’espressione precisa per definire l’attacco al diritto al lavoro, alla difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici come acqua, scuola, sanità. Il Trattato poi prevede il diritto delle multinazionali di chiedere compensazioni agli Stati contro l’"espropriazione indiretta" dei profitti previsti. Una clausola che consente alle multinazionali di citare gli Stati davanti a tribunali arbitrali. Il CETA poi contiene clausole che impediscono la ri-pubblicizzazione dei servizi idrici, ferroviari…

Inoltre l’Accordo prevede un "Forum sulla cooperazione regolatoria" che istituzionalizza l’influenza delle lobby nel processo legislativo. In poche parole il CETA consentirebbe ad almeno 40 mila multinazionali USA tra le quali Coca Cola, Wal Mart e tante altre di ottenere grandi benefici nei 27 paesi della UE. Questo Accordo  poi, se approvato dal Parlamento europeo, aprirà le porte agli altri due Trattati ancora più pericolosi: il TTIP (Partenariato Commerciale USA-UE ) e il TISA (Accordo sul Commercio dei Servizi).

Il TTIP è ora su un binario morto, sia per la forte opposizione popolare sia per l’arrivo di Trump. Ma in questo momento i prestigiatori finanziari potrebbero tirar fuori dal cilindro il più pericoloso di tutti i trattati: il TISA che impedirebbe i monopoli pubblici (educazione nazionale) e fornitori esclusivi di servizi, anche a livello regionale e locale (per esempio le municipalizzate per i servizi idrici). Come cittadini non possiamo accettare l’approvazione di questi accordi il CETA, TTIP, TISA che consegnerebbero l’Europa e il mondo alle sole logiche del mercato. E’ proprio quanto Papa Francesco bolla con tanta forza: "l’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria".
Se vogliamo bloccare questa deriva, dobbiamo fermare ora il CETA che apre le porte a tutto il resto. 

Il tempo è breve, febbraio è alle porte. Per informazioni ulteriori basta entrare nella rete#stopttipItalia che porta avanti anche la campagna contro il CETA. Mobilitiamoci! E’ quanto ci invita a fare Papa Francesco, che parlando al terzo Congresso Mondiale dei Movimenti Popolari tenutosi a Roma il novembre scorso ha detto: “Quando strillate, quando gridate, quando pretendete di indicare al potere una impostazione più integrale, allora non ci si tollera più tanto perché state uscendo dalla casella, vi state mettendo sul terreno delle ‘grandi decisioni’ che alcuni pretendono di monopolizzare in piccole caste”. Insieme ce la possiamo fare. [alex zanotelli]

pizza sospesissima


Forza che in via arena alla Sanità la pizzeria ha 1.120 pizze sospese, per un ammontare da regalare di circa 3.360 euro. Chiedo a suor Lucia che ospita, nella scuola d’italiano, più di 150 sri lankesi, o a Rosario Fiorenza nella sua comunità, o a Don Antonio Vitiello con i suoi cento e passa clochard; chiedo alle persone che dormono alla via Foria o sotto i porticati di galleria Umberto; chiedo allo storico Giuseppe della via Costantinopoli che da anni dorme sospeso sotto il portale della chiesa. Questo fine settimana io, mia moglie Sara, e i miei due bambini, Caterina ‘a Pummarola e il piccolo Vincenzone, andremo da Concettina ai tre Santi alla via Arena alla Sanità 7 Bis e mangeremo gratuitamente. La pizza sospesa non è un atto di carità ma la riscoperta del dono. Vi invito tutti, arrivate da ogni parte di Napoli: ‘o n’vitato po’ n’vità! [+blogger]

surplus culturale

Napoli è una città protetta, lo è sempre stato fin dalle suo origini. I terremoti e le calamità naturali hanno sempre risparmiato la città partenopea. San Gennaro in primis tra gli artefici della gamma virtuosa di uomini straordinari, ma sarebbe troppo lunga la sfilza di religiosi da citare. Una “profezia che si autoadempie”, la voglia di sopravvivere, di scherzare con la morte, di farsela amica, un miscuglio di idee, passioni, amore, paura, attese. Ma l’arte della teoria è qualcosa di diverso dalla pratica illuminata nel suo divenire. Noi abbiamo la possibilità di provare che tutto è vero se realmente crediamo a tale verità, anzi essa è tangibile nella mente del singolo e molto spesso anche nella mente collettiva. Naturalmente con le dovute differenze tra malattia e superstizione, quello che nasce è una forma cultuale “alta”, qualcosa di altro dal di fuori, qualcosa che si forgia dentro naturalmente. Spesso una forma poetica, ma anche un semplice morso di tarantola (come nella “terra del rimorso” di E. De Martino), il sangue che si liquefa, le mani con le stimmate, la visione celeste.

L’uomo si protegge, la mamma protegge i suoi piccoli, anche con la preghiera e la vocazione; chi non crede s’aggrappa alla materia che ha sempre una sua giustificazione. Vivere nell’oblio è n’u scuore. Così come la jella è una forma di protezione, la causa che risolve le cose; il rito preclude tutta una serie di inadempienze. Un’altra caratteristica è la mancanza, un “sentimento” che non può essere accettato se si è pari. In passato c’erano i ceti, oggi c’è la finanza che nella sua più diretta espressione mette in relazione la ricchezza con un Dio. Un esempio inversamente proporzionale: il cimitero di Poggioreale di Napoli. Se con l’espressione “Signore onnipotente” si alzano gli occhi al cielo, con la stessa onnipotenza, invece, nel cimitero napoletano quanto più s’abbassano gli occhi tanto più si acquistano prestigi e favori. Per il mondo dei trapassati il diavolo non conta anche se appena sotto i piedi. L’ultimo loculo situato all’ultimo piano di una palazzina e materialmente più vicino al cielo, è considerato dai vivi poco redditizio, mentre ai piani inferiori il prezzo sale vertiginosamente. Insomma una forma di protezione dal basso. Eppure le credenze superano di gran lunga la razionalità, credere senza aver mai visto e sentito, gli esseri umani proteggono se stessi e santificano giorno per giorno le loro fatiche.

Qui c’è una componente, qualcosa che plasma l’essere, il divenire e la sua cultura. Qui c’è un illuminismo che rende magica la jella e lo jettatore. Napoli non è una città contraddittoria, Napoli sconta migliaia di governanti che hanno parlato lingue differenti. Ed anche da questi ultimi i napoletani si sono difesi. La difesa è una condizione umana che pone sempre e comunque delle strategie per sopravvivere. Da questa condizione nasce non una vita parallela ma una ricchezza, una condizione umana che s’interseca nella quotidiana rassegnazione, nell’esistenza continua ed esasperata (conoscere questo surplus culturale è importante).  Proteggersi e proteggere diventa una condizione fondamentale, la costruzione della realtà che parte dalla presenza di una entità che con forza afferma la sua storia. Il male fatto a me, e che mi attanaglia, non mi appartiene, il sangue mi preserva, il rito lenisce il mio dolore, lo jettatore è la mia speranza.

Forme di protezione, forme di mancanza, una forza incontenibile, un plasmarsi di esperienze, di interazioni continue, un continuo nel divenire; così oggi nell’attesa come nella vita, nel sogno come nei numeri a lotto. Questa energia è nuova, nasce e sbilancia, un  moto spontaneo che non potrà essere arrestato. Il Vesuvio ci protegge, san Gennaro ci protegge, la lava dei Vergini ci protegge, rito pagano o religioso che sia è una forza collettiva che non conosce fine. [+blogger]